mercoledì 11 marzo 2026

 IO, C'EST MOI

E' semplice. Sono profondamente stanca. Lavoro da quando avevo 20 anni,  e adesso ne ho 58 e non ho diritto alla pensione se non fra una decina d'anni. Conto solo sulle mie forze e negli anni passati ho anche assistito i miei genitori malati fino alla loro morte. Certo, mi sono privata di una parte della mia vita personale, ma lo rifarei ancora. Nonostante i dieci anni di malattia di mia madre. L'Alzheimer mi ha cambiato la vita e, nello stesso tempo, mi ha migliorato. Nonostante la fatica, il dolore, la solitudine. Perché quando una persona si ammala di Alzheimer sono gli altri che si dimenticano di te. 

Non conosco altro modo di vivere se non quello di lavorare. E mi rendo conto che il tempo che ho ancora a disposizione è limitato. Con l'angoscia che potrei aver ereditato la malattia di mia madre. Se così fosse, il tempo che mi rimane, quello lucido, è ancora più limitato.

Non posso avere un cane perché non ho un giardino e sono fuori casa tutto il giorno. Non posso viaggiare come vorrei perché il lavoro assorbe la vita. Vorrei andare in Argentina, dove c'è una parte della mia famiglia che non ho mai conosciuto, se non attraverso i social. Me la immagino sempre la mia pensione. Un piccolo bagaglio e abbracciare chi, dall'altra parte del mondo, porta lo stesso nome di mio padre. 

Non ho un compagno. Forse non me lo merito l'amore di un altro essere umano.

In tutto questo, vivo in uno stato d'ansia perenne perché il lavoro attuale è il più brutto che mai mi sarei immaginata. Ma è quello più vicino casa. Fino allo scorso autunno lavoravo a 70 km da casa e la vita da pendolare è faticosa. Così, ho lasciato un bel lavoro per avere più tempo libero. Che all'inizio nemmeno sapevo gestire. Ho iniziato a fare all'uncinetto per placare il disagio. Ho accettato una collaborazione lavorativa serale per colmare il vuoto. E adesso mi ritrovo in trappola, scontenta. Con l'ansia che mi mangia lo stomaco.

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